Giovanna Marini e il Gargano in un libro ACTES SUD 2007

SEMINARI PROPOSTE ARTISTICHE
FINALITA' RICERCHE PUBBLICAZIONI DIRETTORE
Novità -CD -Vico  del Gargano. I canti della passione

-Word Music Magazine
con il CD dedicato alla Puglia
-Un articolo di Salvatore Villani  sui beni immateriali dell’UNESCO su FestambienteSud

TARANTELLA FEST 2007

CONCERTI ESTIVI 2007

NEW
Concerti 2008

Le cantatrici di Ischitella
 * Campolieto (CB) 9 marzo
*Salento -Rassegna Canti di Passione , 14 e 15 marzo

I Cantatori di Carpino con CD
(Registrazioni dal 1954 al 1997)

 

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CD MUSICALI
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NOVITA’

CD - Puglia-Tradizioni musicali nel Gargano-Vol. 5 - Vico del Gargano. I canti della Passione,

 a cura di Salvatore Villani, Udine, Nota 395, 2007, libretto pp. 32, tracks 28 -  durata 1.13.59, Euro 15.

 

 

L’ultimo lavoro pubblicato dal Centro Studi di Tradizioni Popolari del Gargano e della Capitanata, in collaborazione con la casa discografica Nota di Udine, comprende documenti originali registrati tra il 1966 e il 2002 a Vico del Gargano, nell’ambito di una ricerca etnomusicale riguardante la permanenza di musiche liturgiche e paraliturgiche di tradizione orale nei riti popolari religiosi. La ricerca ha evidenziato un’ampia presenza di canti monodici e polivocali, in latino e in italiano, eseguiti soprattutto dalla confraternite laicali, e pone Vico in una situazione di particolare interesse, rispetto ad altri paesi del Promontorio, dove certe realtà ‘sonore’ si stanno estinguendo, o si presentano alquanto rarefatte.

Le Voci delle Confraternite di Vico del Gargano. Le celebrazioni connesse alle domeniche di Quaresima ( rito della Via Crucis ) e alla Settimana di Passione, hanno nelle confraternite vichesi un punto di riferimento insostituibile per la sopravivenza dei riti di stampo popolare. In questo contesto il canto assume una funzione preminente di “contorno” sonoro di tutte le manifestazioni, e i confratelli hanno l’obbligo di partecipare al rito con le proprie voci.

Le Confraternite. Più numerose in passato, attualmente a Vico del Gargano operano cinque confraternite, prevalentemente maschili, fondate in periodi differenti: L’Arciconfraternita del Santissimo Sacramento, la Confraternita dei Cinturati di Sant’Agostino e Santa Monica e la Confraternita della Morte e Orazione, tra il XVI e il XVIII secolo; la Confraternita dei Carmelitani Scalzi, agli inizi del XX secolo; infine la Confraternita di San Pietro, rifondata negli anni Novanta del secolo scorso, ma di più antiche origini, essendo nata con il nome di Congregazione dei Santi Pietro e Paolo alla fine del Settecento. La costituzione di associazioni confraternali a Vico del Gargano è documentabile a partire dal XVI secolo, anche se esistono riferimenti più o meno attendibili della presenza di un pio sodalizio anteriore a tale periodo.

Il disco è stato presentato presso l’Auditorium del Comune di Vico del Gargano il 5 aprile 2007 alle ore 11:30, con la presenza di Giovanna Marini, Salvatore Villani, Giuseppe Maratea, Franco Salcuni e Michele di Bari, in occasione del viaggio di ricerca della Marini e dei suoi allievi del Corso di Modi del Canto Contadino di Testaccio di Roma. L’evento è stato coorganizzato dal Centro Studi di Tradizioni Popolari del Gargano e della Capitanata, dalla Scuola Popolare di Musica di Testaccio di Roma, dalla Comunità Montana del Gargano, da LEGAMBIENTE, dal Comune di Vico del Gargano e dal Centro Studi Storici e Socio-Religiosi di Puglia

I canti della Passione di Vico del Gargano
di Salvatore Villani

I miei primi contatti con la realtà musicale tradizionale di Vico del Gargano li ho avuti agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso quando, nell’ambito di una ricerca etnomusicale in collaborazione con la cattedra di Etnomusicologia dell’Università di Bologna, ho ascoltato per la prima volta i canti della tradizione sacra e profana presenti nelle varie raccolte storiche conservate presso il Centro Nazionale Studi Musica Popolare, ora Archivi di Etnomusicologia.
In un primo momento ho immaginato che quei repertori registrati fino al 1966, soprattutto quelli sacri, di così alto spessore vocale e musicale, fossero oramai consegnati solo alla memoria dei confratelli. In altre parti del Gargano, infatti, si erano estinti dopo la riforma liturgica del Concilio Vaticano II, e non di poco conto fu la sorpresa per me nello scoprire che i canti monodici e polivocali in latino della settimana santa vichese venissero ancora contestualizzati all’interno del rito-funzione. Questo attraverso un’indagine che stavo svolgendo sul ‘campo’ a partire dal 1983.
Sulla loro persistenza mi erano state riferite notizie alquanto dettagliate da un mio lontano parente, don Nicola Martelli e da Giovanni D’Altilia, studente anch’egli nell’ateneo bolognese, i quali mi avevano consigliato di recarmi a Vico per fare un riscontro di ciò che avevo solamente ascoltato in studio. Decisi così di effettuare alcuni sopralluoghi negli anni successivi, e nel 1996 mi organizzai per recarmi a Vico per poter documentare l’intero triduo pasquale.
Ricordo quei momenti, così intensi e di sentita partecipazione, in un succedersi di eventi che hanno segnato profondamente la mia ricerca sia sul piano scientifico che su quello umano. Entrare in una delle cinque chiese sede di confraternita il mercoledì e giovedì santo ed ascoltare l’Ufficio delle Tenebre in lingua latina e la Settena, così come li si erano eseguiti per secoli, mi ha proiettato in una dimensione che mi ha riportato indietro nel tempo, ai miei primi anni di infanzia, quando la lingua latina era d’obbligo nelle chiese cattoliche, e l’introduzione delle lingue nazionali era ancora da venire. Anche l’impianto scenografico mi ha ricordato quei lontani momenti, i confratelli con la divisa dietro la balaustra e la disposizione del candelabro con le quindici candele accese, le statue del Cristo morto e dell’Addolorata, la compostezza dei cantori nell’eseguire canti in forma monodica come le lamentazioni di Geremia e canti polivocali come il Benedictus e il Miserere, in cui l’espressione vocale raggiunge alti livelli di esecuzione, pur con voci non ‘educate’ al canto.
Le stesse emozioni le ho vissute durante i sepolcri del giovedì santo e lo strazio delle donne nell’esecuzione del ‘Pianto della Madonna’ nella chiesa matrice, con il canto polivocale Ai tuoi piedi, o bella Madre e il canto monodico Il capo di Gesuje di spine incoronato.
E poi finalmente sono giunto ai vistosi contesti rituali processionali del venerdì santo, un momento topico di alto significato spirituale. La partecipazione collettiva al canto, un incrociarsi di gruppi e di suoni pari agli esperimenti musicali che soleva fare agli inizi del ‘900 il padre di Charles Ives, accanito sperimentatore di nuove sonorità politonali e poliritmiche con il far convergere più bande in uno stesso punto da strade diverse. Lo stesso effetto che oggi viene creato dalle voci dei confratelli sempre presenti ed instancabili, «Voci tuonanti di maschi forti» le definisce Giovanna Marini nel suo bel libro Una mattina mi son svegliata (edito nel 2005 dalla Rizzoli), che ha vissuto con me e i suoi circa cento allievi dell’Università Paris VIII e Scuola Popolare di Testaccio, il triduo pasquale del 1998. Lo ha rivissuto quest’anno con il suo ritorno a Vico, circa dieci anni dopo, con una sessantina di allievi del Corso di Modi del canto contadino di testaccio.
Un Miserere processionale che funge da bordone all’intera giornata del venerdì di passione e che ha colpito a tal punto la nota ricercatrice e compositrice romana da farle scrivere poco più avanti queste parole: «l’effetto è sconvolgente, ci mettiamo tutti a piangere, i battimenti sono troppi, non si regge a un’emozione del genere. Singhiozzando, faccio il numero di telefono di Patrizia Bovi perché senta che cosa straordinaria sia questo Miserere di Vico». Le stesse voci che dopo l’incontro del Cristo Morto e dell’Addolorata davanti alle cinque croci si spegneranno con il canto Evviva la croce, in un momento di esasperazione vocale che connota il senso di gioia che pervade i confratelli ed il popolo per l’esaltazione della croce quale simbolo di liberazione dagli umani peccati.
Quelle voci e quei momenti ho raccolto, analizzato ed inciso in un CD dal titolo Vico del Gargano – I canti della Passione, edito dalla collana specialistica Nota di Udine, presentato in anteprima a Vico il 5 aprile 2007.

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  World Music Magazine
n. 82, Gennaio-Febbraio 2007
Il CD Puglia con 4 registrazioni del Gargano
e un articolo di Salvatore Villani

 

 

Tribù italiche: Puglia

Il viaggiatore che parte dal Nord Italia e vuole raggiungere la Puglia, passato il Molise, ed entrando in terra di Capitanata (l’attuale provincia di Foggia), crede di essere arrivato a destinazione, e in poco tempo raggiungere la parte meridionale della provincia di Lecce. Il nostro ignaro viaggiatore si renderà presto conto che il tragitto da Chieuti Marina, estremo Nord della regione, a Santa Maria di Leuca, estremo Sud, è pari quasi alla distanza che esiste tra Bologna e Pescara, ovvero l’insieme di tre regioni italiane. Avvertirà questa distanza così notevole anche nella differenza sostanziale dei dialetti parlati nelle diverse province pugliesi, appartenenti a due grandi ceppi linguistici: di tipo campano in Capitanata, provincia di Bari e Taranto; di tipo calabro-siculo in provincia di Brindisi e Lecce (ovvero la regione che storicamente veniva chiamata Terra d’Otranto).
La lunghezza della regione è proverbiale ed ha segnato e profondamente diversificato le forme della tradizione musicale. I repertori musicali oggi più conosciuti fanno riferimento alle varie forme di tarantelle presenti sul Gargano (accompagnate da diverse compagini strumentali, tra cui la chitarra battente, strumento arcaico con 5 ‘corde’, semplici, doppie o triple), alle forme di pizzica salentina, per il corteggiamento e il tarantismo, ridenominate con diverse espressioni come ‘pizzica de core’ o ‘ballo della taranta’ o ‘danza dei coltelli’ (per una disamina più approfondita clicca sul sito
www.taranta.it), ad alcuni canti in griko, sempre di area salentina, ed a qualche sporadica tarantella delle Murge.
Eppure il panorama musicale pugliese si presenta molto più ricco e variegato, presentando una complessità di forme non ancora del tutto attentamente ricercate e studiate: si va dai canti monodici e polivocali, delle ninne nanne, dei canti iterativi, dei canti narrativi, dei canti liturgici e paraliturgici, dei canti legati al ballo, dei canti nelle lingue albanesi, franco-provenzali e griko, alla musica terapeutica per la pratica del tarantismo, agli organici strumentali più disparati (tamburello, castagnole, organetto, tamburo a frizione, chitarra francese, violino, ecc.), alla tradizione urbano-artigianale (per esempio dei barbieri e calzolai), alla tradizione bandistica ecc.
Se la documentazione è alquanto copiosa, anche se non del tutto esaustiva, per la Capitanata, in particolare il Gargano (vedi la sezione Ricerche nel sito
www.folkloregargano.com), e il Salento (vedi i forum di discussione sul sito www.pizzicata.it), ancora poco si è fatto per le altre province. E dire che la raccolta di canti popolari è stata proficua nella prima parte del secolo scorso, ad opera di demologi che hanno ricercato e trascritto una quantità considerevole di testi, basti pensare al lavoro svolto da Saverio La Sorsa su tutto il territorio pugliese, lo studio condotto da Giovanni Bronzini sulla canzone epico-lirica, l’indagine di Giovanni Tancredi sul territorio garganico. Inoltre, notevole è stato il contributo che ha portato la ricerca etnomusicologica, a partire dagli anni Cinquanta, e che ha messo in rilievo repertori che purtroppo non sono ancora stati del tutto documentati in libro o in disco, e quindi resi disponibili per una più ampia circolazione.
Di converso, negli ultimi tempi, assistiamo ad un rinnovato interesse da parte delle nuove generazioni. Una nuova schiera di ricercatori, alcuni autodidatti, sta conducendo indagini su tutto il territorio pugliese. Ciò ci fa ben sperare nel recupero della documentazione essenziale non solo della tradizione oramai consegnata alla memoria e della tradizione tuttora funzionale al rito, ma anche nello studio delle trasformazioni e rifunzionalizzazioni di repertori, anche attraverso nuovi linguaggi musicali, operate dai tanti gruppi musicali, alcuni ‘storici’, altri di più recente fondazione (un elenco di gruppi è sul sito
www.salentu.com/artisti.asp).

Ri-appropriazione dei saperi

Pensare che la musica tradizionale oggi in Puglia, in un continuo dissolvimento dei contesti esecutivi tradizionali, sia appannaggio soltanto del ricercatore che ha l’urgenza di salvare un patrimonio culturale, altrimenti consegnato all’oblìo perché legato alla trasmissione orale, è un’immagine stereotipata che non risponde alla realtà dei fatti. Con la trasformazione della nostra società, dalla civiltà contadina alla post-industrializzazione, alla globalizzazione, assistiamo ad un cambiamento radicale dei contesti esecutivi, dell’occasione-funzione, in cui l’innovazione dei linguaggi musicali della tradizione diventa parte integrante della nuova azione sonoro-comunicativa. C’è una forte esigenza di accostarsi a una realtà complessa e ricca di strutture musicali e stratificazioni sociali, quale ri-appropriazione di saperi, in una logica fortemente condivisa ed identitaria. Il bisogno delle nuove generazioni di riconoscersi figli di una cultura ‘altra’, di sfuggire alla omologazione segnata dalla globalizzazione, si contestualizza spesso in eventi di grande richiamo collettivo, in cui i linguaggi musicali si fondono producendo un nuovo universo sonoro, e in cui la contaminazione funge da comune denominatore per l’azione sonora cui si sottende (clicca per esempio sul sito www.nottedellataranta.net, interessante anche per la provincia BAT, www.suonidalmediterraneo.it ).
Il rito viene vissuto e concretato in una forma di esorcizzazione collettiva, molto distante dalle realtà della tradizione e dei suoi piccoli nuclei di partecipanti. Migliaia di persone, in alcuni casi centinaia di migliaia, vi partecipano, provenienti anche da territori e da culture molto distanti, tutti accomunati dalla così definita ‘pizzicamania’. Il venefico ragno, che per secoli ha tormentato le popolazioni della fascia rurale, con il suo mitico morso, e che sembrava oramai relegato nell’alveo dell’archeologia etnologica, rinnova la sua presenza e la sua carica aggressiva, si presentifica nella psiche degli individui del giorno d’oggi, quasi fosse una reminiscenza archetipica, inducendo interi gruppi, di diversa estrazione sociale, ad entrare nuovamente in uno stato di trance catartico. Il rito viene rinnovato, conservando la stessa funzione iatro-musicale. Si è cominciato così a parlare di neo-tarantismo, di neo-pizzica, di neo-tarantella, ecc.
D’altro lato, nasce la voglia spasmodica nelle generazioni nate tra gli anni Settanta e Novanta, di recuperare l’identità perduta, ricercando-si in un antenato suonatore/suonatrice-cantatore/cantatrice tradizionale (anche se non direttamente conosciuto) per rivendicare il diritto ad essere il depositario per la re-interpretazione di uno stile musicale, vocale o strumentale, o di danza; o di sentir-si ‘eletti’ solo perché provenienti dai luoghi ove una tradizione si è consolidata nel tempo e semmai estinta. La frase più comune che si sente dire è: “Ce l’ho nel sangue”. Anche a me succede spesso, nella mia duplice veste di ricercatore e ri-esecutore di canti tradizionali, di sentirmi rivolgere la fatidica domanda: “Ma qualcuno nella tua famiglia cantava o suonava?”. “Certo” rispondo io. Ed aggiungo: “So che mio nonno era cantatore e chitarrista di serenate. Solo che è deceduto nel 1928, molti lustri prima che io nascessi. Io ho imparato da adolescente lo stile tradizionale dal barbiere mandolinista del mio paese, accompagnandolo con la chitarra in battesimi, cresime, matrimoni e festini in genere.” Questo per dire che l’apprendistato nella tradizione, tranne ovviamente alcuni casi particolari, non era dato da maestro ad allievo, oppure trasmesso di padre in figlio (anzi i genitori di solito erano contrari), ma esso avveniva attraverso l’osservazione diretta delle tecniche strumentali, vocali e coreutiche dei più anziani. L’espressione usata era: “Rubà lu mëstirë” (Rubare il mestiere). È ovvio, che il futuro performer sceglieva di osservare il portatore che l’intera comunità riteneva più abile.

La “Tarantella del Gargano”

Tra le tante forme di musica a ballo e di canto su ritmo di tarantella presenti in tutta la Puglia è interessante a titolo esemplificativo prendere in considerazione una delle tarantelle che ha riscosso un notevole successo tra le nuove generazioni: la cosiddetta  “Tarantella del Gargano”. Decine e decine sono le versioni  che ci presenta il panorama discografico internazionale di un sonetto nella forma di tarantella alla Mundanara di Carpino (piccolo centro agro-pastorale della provincia di Foggia), che quasi sempre ha per incipit  Accomë j’èja fa’ p’amà ’sta donnë (Come debbo fare per amare questa donna). Si va dalla semplice riproposta, al genere rap, al genere hip hop, alla musica jazz, alla musica antica, alla riscrittura per orchestra classica, ecc. in un inventario copioso e alquanto diversificato.
Canto d’amore di serenata per eccellenza, tra le centinaia e centinaia di altri sonetti d’amore della memoria collettiva, e ballo di corteggiamento, la “Tarantella del Gargano” è in realtà una denominazione inventata dalla riproposta degli anni Settanta, per identificare e stilizzare in una forma di tarantella tout-court un testo lirico-monostrofico e un accompagnamento musicale della tradizione garganica.
Eppure, tra i suoi tanti rifacimenti, alcuni dei quali di elevata qualità musicale e di interessante ri-composizione, è difficile spesso avvertire le peculiarità musicali insite nell’originale esecuzione di Andrea Sacco e del gruppo dei ‘cantatori’ di Carpino: l’off-beat (il fuori tempo giusto), l’alternanza binario-ternario, l’oscillazione della voce verso il quarto di tono e l’uso del sistema non temperato, l’emissione vocale spinta e aperta. Nondimeno, l’estrapolazione di questa forma di tarantella da un’articolazione musicale più complessa, in cui due tarantelle vengono spesso eseguite senza soluzione di continuità (es. Rurjanë e Mundanara), ci presenta un’immagine piuttosto riduttiva e schematica di un mondo sonoro alquanto complesso.

Salvatore Villani

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Con la rivista WORLD MUSIC MAGAZINE (2004-2005) in regalo lo “scrigno delle tradizioni”, un vero e proprio atlante di musiche di tradizione orale, edito dalla GEOS ed intitolato “Sounds of the earth” voll. 1 e 2.

Sui due volumi anche quattro registrazioni di Salvatore Villani

 

 

Autori Vari
Geos - Atlante di musiche di tradizione orale in Italia voll. 1 e 2

Ceriana, Monghidoro, Cardeto, Val Resia, Santolussurgiu, Carpino: piccoli centri come gemme vitali delle tradizioni di ogni regione?
Credo che stiamo vivendo in un momento storico molto particolare. Siamo osservatori e protagonisti allo stesso tempo di un cambiamento epocale. La civiltà agro-pastorale, quella che è nata migliaia di anni fa con l'uomo che ha imparato a coltivare la terra, a conoscere e riconoscere lo scorrere del tempo, le lune, i cicli solari, quella civiltà che si è sviluppata e tramandata fino quasi ai nostri giorni, quella stessa civiltà ora si sta completamente trasformando, superata e schiacciata dalla civiltà postindustriale, massmediatica, globale, globalizzata e globalizzante.
Quella che noi riconosciamo come cultura tradizionale (tradizione, dal latino "tradere", quindi trasmettere, tramandare) è caratterizzata in maniera determinante dal criterio di trasmissione e di condivisione del sapere che avviene sostanzialmente in forma orale. Sia chiaro che per orale si intende tutto quanto non scritto e replicabile, quindi trasmissione e apprendimento non solo verbale ma anche ad imitazione, penso ad esempio all'apprendimento diretto di tanti mestieri, ma anche della musica: molti suonatori tradizionali non hanno mai conosciuto la musica scritta, né la teoria, né saputo leggere una partitura. La trasmissione di questo sapere da qualche decina d'anni ha cominciato qua e là a interrompersi, sempre più frequentemente, quasi sempre in coincidenza col diffondersi dei mass media e di modelli di comportamento tipicamente urbani e coincidenti con la cosiddetta civiltà dei consumi. Solo alcune tracce di questo sapere si mantengono a tutt'oggi ancora vive, quasi sempre oramai defunzionalizzate, ma se non altro ancora riconoscibili. Ecco, la ricerca di queste tracce mi ha portato a conoscere incredibili realtà per lo più collocate in territori marginali e forse anche per questo più conservativi. C'è un sottile filo rosso che lega paesi come Santulussurgiu e Resia, Monghidoro e la Val Trompia, Campicozzoli, Carpino, Milena e tutti quei paesi dove in qualche maniera vivono canti, musiche, feste legate a una cultura e una civiltà ormai in declino persino nella memoria delle persone. Sono sempre più convinto che non esista nulla di più "internazionale" di una cosiddetta tradizione popolare, ben difficilmente "segnata" etnicamente, più probabilmente caratterizzata invece da tratti comuni con civiltà simili, simili economie, geografie, condizioni di vita. In altre parole i tratti comuni di una cultura sono molto più presenti e determinanti, pur nelle loro varianti e peculiarità, dei tratti distintivi e unici.
Girando l'Italia per cercare di conoscerla sono anche sempre più convinto che questo è un Paese straordinario con una cultura ricca e variegata che ha, nelle sue stratificazioni, difficilmente degli eguali al mondo.
Questo sguardo nel particolare, per costruire una trama di connessioni più ampie, è il tuo modo di cercare anche te stesso?
Ne parlavo pochi giorni fa con un amico, Nico Staiti, etnomusicologo che insegna a Bologna: il filtro, unico, determinante ed insostituibile per ogni conoscenza nell'ambito dell'universo di tradizione orale, è l'uomo. L'uomo è l'anello di congiunzione di ogni trasmissione nel mondo della cultura orale, è un filtro assolutamente non neutro ma attivo, creativo. Ognuno nella tradizione impara a modo suo, reinterpreta e ritrasmette secondo le proprie capacità, l'esperienza, le opportunità che si crea. Mi piace ricordare la storia, per molti versi illuminante, di un mio incontro con uno dei più grandi violinisti che la val Resia abbia mai avuto, Giuankala, soprannome di Giovanni Di Lenardo. L'ho conosciuto a metà degli anni Settanta, l'ho frequentato a lungo, l'ho registrato in tutte le occasioni possibili, ho filmato e fotografato la sua attività di cacciatore di uccelli, di intagliatore del legno, di restauratore, un vero e proprio genio capace di fare di tutto e tutto bene. Lui, già in pensione, si è prestato volentieri, non senza qualche ritrosia iniziale, agli obiettivi e ai microfoni. Nel 1977, a poco più di un anno dal terremoto in Friuli, ormai entrato in confidenza con me, mi chiese di potergli copiare delle vecchie bobine audio su cassetta. Si trattava di bobine registrate con un "Gelosino" negli anni fra il 1952 e il 1955; poi il registratore si ruppe e qualche anno dopo invece di aggiustarlo comperò direttamente un nuovo registratore a cassette. Così quelle bobine rimasero inascoltate e inutilizzate fino a quando lo sgombero della casa per la ristrutturazione post terremoto non fece saltar fuori una vecchia scatola che le conteneva. Assolutamente emozionato per quello che ritenevo un vero e proprio tesoro, feci la copiatura su bobina con la massima attenzione e il massimo rigore tecnico. Ricordo che andai anche a Lubiana per valutare con gli strumenti in possesso del Laboratorio audio dell'Accademia Slovena di Scienze Umane quello che ritenevo un difetto della registrazione: il tempo era sensibilmente più veloce e l'accordatura più alta, risultato probabile, secondo me, di una registrazione effettuata con batterie scariche. Tornai quindi da Giuankala per restituire i nastri ed ascoltare assieme la registrazione. Immediatamente il vecchio violinista sobbalzò all'ascolto sostenendo di non poter essere lui quello che suonava, anche perché i temi eseguiti, le musiche a ballo di carnevale, continuavano ad essere eseguiti, ininterrottamente dalla fine della seconda quella mondiale fino a quel momento, sempre da lui, ma in una forma sostanzialmente diversa - e a questo punto imbracciò il violino per esemplificare quello che stava dicendo - l'accordatura era diversa e il tempo più lento. Poi però ascoltò la propria voce, trasalì e dovette ricredersi. Cosa era successo? Escluso il difetto tecnico di nastro e registratore, esclusa qualsiasi differenza nell'uso dello strumento musicale (era lo stesso dal 1948 al 1977) l'unica spiegazione era riconoscere che ciò che era cambiato non era la musica ma l'uomo. Quell'uomo con l'orecchio e la testa dedicati trent'anni prima all'ascolto prioritario, anche se non esclusivo, della musica della propria valle, nel frattempo si era sempre di più abituato alla musica riprodotta dalla radio, dai dischi e dalla televisione, aveva filtrato informazioni nuove e diverse, si era sostanzialmente adeguato a una nuova situazione ambientale. Quello che era cambiato, pur nella continuità della sua attività di musicista, era lui, il suo modo di sentire e di suonare, e con lui era un po' cambiata tutta la gente della val Resia.
È stata una grande lezione per me. Da allora ho imparato a cercare di conoscere l'uomo prima ancora del repertorio di cui è portatore, perché solo così è possibile una giusta comprensione di quello che viene trasmesso in quanto a valori, contenuti e tecniche, e ogni volta che mi confronto con informatori e informazioni è sempre e comunque un complesso e formativo esercizio di apprendimento teso a distinguere e valorizzare soprattutto i "modi" dell'informazione.
Un catalogo come Geos può essere un riferimento etnomusicologico e antropologico della storia culturale italiana. Come e perché hai concepito una simile creatura, che non ha confronti in Italia e pochi all'estero?
Ti racconto in poche parole una storia, la mia. Negli anni 70 e 80 frequentavo Bologna e il Friuli facendo l'organizzatore di concerti e il produttore di video con una mia struttura produttiva. Contemporaneamente sviluppavo i miei interessi personali di ricerca sul campo soprattutto attraverso registrazioni audio e video - credo fra l'altro di aver sostenuto una delle primissime tesi di Antropologia visuale alla fine degli anni Settanta. Per tali miei interessi ero diventato socio della S.I.E., la Società Italiana di Etnomusicologia che al tempo vantava due padri di grande peso storico per la cultura italiana: Diego Carpitella e Roberto Leydi. Questa mia frequentazione era motivata anche dall'interesse che potevo avere nel pubblicare il risultato di alcune mie ricerche, spinto in questo senso anche da Roberto Leydi, mio professore al Dams che conosceva a fondo il mio lavoro. Bene, all'inizio degli anni Novanta con la chiusura dell'etichetta di riferimento - la gloriosa Albatros - tutta l'etnomusicologia italiana restò orfana dell'editore di riferimento. Per le mie competenze organizzative, i rapporti che avevo con Siae, stampatori, grafici, studi di registrazione... cominciai a collaborare con la pubblicazione di lavori di alcuni amici ricercatori e così finì che diventai l'editore dei lavori degli altri, accantonando - ma solo momentaneamente, spero - la pubblicazione delle mie ricerche. Ora mi ritrovo a pubblicare una media di 25/30 titoli per anno e, parallelamente, continuo a incrementare il mio archivio di tradizione orale che a tutt'oggi ha superato le mille ore di registrazione fra audio e audio-video. Negli ultimi anni questa collana è diventata obiettivamente importante in un ambito non solo nazionale, sia per la consistenza che il catalogo ha assunto ma anche, e forse soprattutto, per la qualificata schiera di curatori delle pubblicazioni. Ricordo fra gli autori che hanno firmato studi e registrazioni Roberto Leydi, Pietro Sassu, Renato Morelli, Mauro Balma, Ignazio Macchiarella, Nicola Scaldaferri, Leonardo D'Amico, Placida Staro, Salvatore Villani, Ettore Castagna, Paolo Vinati, e altri ancora.
Finora hai ricercato e prodotto. Raccolto. Quando ti deciderai a diffondere e distribuire adeguatamente tutto questo materiale?
Il fatto è che pur avendo una serie di competenze organizzative e di impresa sono e rimango fondamentalmente, per formazione, per aspirazione o per scelta, un antropologo. Di questi tempi anche per tutta una serie di ragioni che ho già accennato, il lavoro di documentazione e acquisizione è assolutamente prioritario rispetto alle esigenze della divulgazione e distribuzione. Si chiama "urgent anthropology" una delle discipline della contemporanea antropologia. Viene esercitata laddove e quando si ritiene che l'informazione, l'evento, il rito, il tratto culturale, sia in pericolo di totale trasformazione, di estinzione. Ho quotidianamente la sensazione di aver ingaggiato una lotta contro il tempo. Sento la necessità e l'importanza di privilegiare l'acquisizione, la documentazione e la pubblicazione dei materiali di tradizione orale, anche a scapito della loro promozione e distribuzione. Tutto ciò per due principali motivi: innanzitutto, da una parte, perché le tracce delle più arcaiche tradizioni si stanno progressivamente indebolendo - sia che parliamo di documenti storici registrati bisognosi soprattutto di restauro, sia che parliamo di repetori di tradizione orale da registrarsi direttamente dagli informatori più anziani. D'altra parte dobbiamo anche ammettere che non si tratta di prodotti da hit parade, non hanno grandi prospettive di successi commerciali e soprattutto non "scadono" in tempi brevi ma, anzi, col tempo si valorizzano ulteriormente.
Ma questo è un discorso legato al mercato, ed è altra cosa.
Il progetto/concetto N.o.t.a. Music.
Una lettura appena un po' attenta e disincantata del mercato discografico evidenzia immediatamente tutta una serie di storture, accentuate in questi tempi dalla sua crisi generale e progressiva. Le major sostengono che oggi si vende molto di meno e che il mercato è in crisi perché esiste la pirateria e un moltiplicarsi di proposte indipendenti che disorienta il potenziale acquirente oltre che il gestore dei punti vendita. Tutto ciò l'ho sentito ripetere e sostenere più volte anche da parte di insospettabili settori della musica indipendente italiana... è proprio vero che una menzogna ripetuta continuamente finisce per diventare una verità condivisa! Io invece credo che chi vende in assoluto di meno siano solo le major, che la quantità di musica suonata, registrata, riprodotta e consumata sia sicuramente aumentata, solo che è aumentata in settori non controllati dalle multinazionali. Il mercato si è spaccato e rischia di polverizzarsi accentuando il divaricarsi di due posizioni "al limite": da una parte i supermercati della musica, grandi magazzini gestiti come un Iperstanda o un Carrefour, dall'altra i punti ultra specializzati, che avranno grosse difficoltà a mantenersi in vita nei modi convenzionali ma che saranno sinergici e funzionali anche all'utilizzo di internet.
In una società e in un mercato globalizzato l'esigenza di visibilità si coniuga necessariamente, per noi piccoli ed indipendenti, nell'efficacia massima di comunicazione ed informazione. Così è nato un progetto di consorzio fra alcuni indipendenti (etichette e produttori, ma aperto anche a singole autoproduzioni) che sappia dare maggiore forza di visibilità e penetrazione sul mercato ad ognuno di noi, per adesso soprattutto attraverso iniziative sinergiche e comuni. È nata N.O.T.A.Music (Netwok Of Trad Alternative Music) a cui hanno aderito una dozzina di produttori indipendenti soprattutto dall'Italia, ma anche dal resto d'Europa (Francia, Ungheria, Svizzera, Austria). Il primo risultato tangibile che stiamo raggiungendo è la realizzazione di un sito commerciale (diventerà un portale) che permetta la creazione di un grande catalogo in internet ed, inoltre, gruppi di acquisto e l'organizzazione di campagne di promozione comuni, compresa la partecipazione alle più importanti fiere internazionali. In questi giorni stiamo perfezionando il modello operativo in maniera tale che in futuro sia più facilmente prevedibile l'allargamento della base delle realtà consorziate... è una proposta lanciata a tutti quelli che si sentono svincolati dalle convezioni del mercato tradizionale ma che hanno un progetto in qualche maniera "politico" e strategico per il futuro della musica, e per musica intendo quella non strettamente commerciale.
Print on demand: lo pratichi, lo praticherai?
Per una parte del mio catalogo, che consta nel complesso in oltre trecento titoli, lavorare sulle basse tirature e limitare al massimo le giacenze di magazzino è, più che una scelta, una vera e propria necessità. Per questa ragione da alcuni anni, per le produzioni più specialistiche e di nicchia, lavoro "just in time" con la possibilità della stampa quasi su richiesta. È una tecnica che è già alla portata di molti e credo che abbia segnato una vera e propria piccola rivoluzione nel mercato discografico. Penso che, con l'ulteriore evoluzione delle tecnologie, sia una pratica dalla quale non si potrà prescindere in futuro.
Accanto alla serie Geos, pubblichi anche una bella serie di libri con disco allegato, i "cdbook". Cosa li distingue e cosa li associa a Geos?
I "cdbook" sono un naturale sviluppo e, allo stesso tempo, una necessaria variante ai titoli Geos. Sono nati grazie alle scelte e alle spinte di Pietro Sassu, una delle persone a cui sono maggiormente debitore per questo tipo di attività e non solo. Con Pietro avevamo concepito un progetto editoriale che da una parte si svincolasse dalle rigide limitatezze di un booklet per CD che in effetti contiene una ridotta quantità di testo e immagini e, allo stesso tempo, volevamo un prodotto che finisse in libreria, luogo frequentato normalmente da un pubblico più attento e motivato verso tematiche specifiche come quelle che vogliamo affrontare con queste pubblicazioni. Il risultato ci ha dato ragione e dopo i primi titoli - due in un anno - abbiamo riscontrato un crescente gradimento verso questo tipo di prodotto che meglio permette l'espressione di una ricerca. Oggi sto stampando una media di un titolo al mese con volumi che raggiungono dimensioni anche ragguardevoli, sempre accompagnati da compact disc documentanti il contenuto del volume stesso. La serie è caratterizzata da tematiche etnomusicologiche sviluppate monograficamente con linguaggio scientifico divulgativo. Sono stati finora presentati argomenti e repertori di varie regioni italiane (Sardegna, Liguria, Basilicata, Emilia Romagna, Friuli, Lombardia...) con alcune proposte riguardanti anche altri Paesi e altre culture (Colombia, Balcani...). È una formula che ritengo debba essere incentivata ed è per questa ragione che da quest'anno la collana verrà affiancata da una rivista e garantirà nel prossimo futuro una continuità pressoché regolare di uscita.
Stanno per partire anche un paio di tuoi progetti editoriali, periodici...
Esatto. Il primo riguarda le pubblicazioni a carattere etnomusicologico. Infatti, accanto al restyling degli studi monografici che stanno uscendo in cdbook, con lo stesso formato e la stessa filosofia uscirà entro l'anno una rivista scientifico-divulgativa sulla musica di tradizione orale. È un vuoto di formazione ed informazione in Italia che sento importante riempire, vuoto oggi non certamente compensato né compensabile da iniziative dedicate al folk o alla world music, dove spesso fraintendimenti e mistificazioni negano un corretto rapporto di conoscenza e frequentazione di un pubblico, anche se solo potenziale, con la musica di tradizione.
Il secondo progetto editoriale è dedicato al fenomeno "canzone". Una rivista semestrale con un ulteriore numero unico all'anno che vuole affrontare con taglio scientifico la canzone, la sua storia, le sue radici, l'analisi dei testi e le sue valenze poetiche, la struttura musicale e i rapporti con gli altri generi. Insomma, cercare di capire perché si è venuta a consolidare nel tempo una forma di comunicazione così creativa e variegata che pure usa uno standard fisso e riconoscibile tanto da essere facilmente individuato come prodotto mercificabile. Quello che sarà importante fare, in questo caso, sarà andare oltre alla recensione, oltre alle citazioni, oltre al semplice consumo di un prodotto di consumo, perché penso che molto del mondo della canzone sia da salvare all'ineluttabile svolgersi del tempo e perciò: rimbocchiamoci le maniche! I primi numeri saranno dedicati a Giovanna Marini e a Fabrizio de André.
Tutto ciò farà sì che la pianterai di essere quasi una one man band?
Mi piace considerarmi un indipendente in tutti i sensi. Amo leggere l'attuale situazione politica, culturale e di mercato come una grande opportunità per chi sa muoversi con la maggiore flessibilità possibile. Il mio modello operativo non corrisponde a quello di una grande società editoriale e di produzione, piuttosto penso a una fitta rete di collaborazione fra intelligenze che nella loro diversità possono creare molto di più e molto meglio di un qualsiasi apparato ben organizzato. Tutti i progetti nascono, si sviluppano e si realizzano sempre in collaborazione con altri che come me hanno a cuore gli argomenti di cui si interessano. Questa condivisione sui principi permette una grande creatività e, allo stesso tempo, lucidità nel lavoro programmato. Io credo di essere principalmente il catalizzatore di certe iniziative, che però nascono e crescono come iniziative condivise con altri amici e colleghi. Certamente c'è uno scotto da pagare: peso sul mercato, visibilità, forza economica... ma ho scelto di interessarmi di fenomeni marginali rispetto al grande mercato, per cui vivo tutto ciò semplicemente come una grande scommessa da vincere. E vinceremo!
Il catalogo discografico dell'etichetta Nota comprende varie serie, oltre a Geos: gruppi jazz, rock, contemporanei, ecc. Da produttore di tutto ciò, puoi descrivere il differente approccio che segui con un "documentatore" (tipicamente etnomusicologo, ricercatore) e con un gruppo che suona?
Il catalogo Nota in questo momento è un grande contenitore di musiche di diverso genere che hanno in comune una sola cosa: il non essere commerciali, intendendo con questo termine la musica attenta a soddisfare esigenze di mercato, mode e modelli di successo. È per questo che mi interesso della musica di minoranza (soprattutto quella che usa lingue minoritarie), del jazz e della contemporanea, della canzone d'autore e di quella di cosiddetto impegno, di musica antica e di tutte quelle possibili contaminazioni che sperimentano l'incontro fra generi diversi. È un percorso apparentemente tortuoso reso possibile solo da una bella collaborazione con tanti compagni di strada capaci come Gualtiero Bertelli, Giovanna Marini, Fausto Amodei, Andrea Allione, Lino Straulino, Caterina Bueno, Francesca Breschi, ma anche ricercatori e musicologi come Nicola Scaldaferri, Mauro Balma, Paolo Vinati, Ignazio Macchiarella, Renato Morelli, Salvatore Villani, Giuseppe Paolo Cecere... e ne lascio fuori ancora tanti, verso i quali sono debitore di una collaborazione grande e reale e non una semplice "fornitura di servizio".
Per mia formazione affronto il problema della produzione discografica come una tappa fondamentale e necessaria per creare documenti attestanti valori storici del sapere popolare, e tappe obbligate di percorsi culturali ed artistici anche nuovi o innovativi. In altre parole se l'etnomusicologo che c'è in me privilegia l'urgenza del salvare su disco preziose testimonianze del nostro passato, contemporaneamente, e forse con maggiore ragione, vuole documentare produzioni che ritiene indispensabili testimonianze di percorsi di ricerca musicale ed intellettuale di artisti contemporanei, perché l'ansia del salvare tasselli del mosaico della nostra cultura, se vale per quella tradizionale già sedimentata e di cui conserviamo poche tracce, vale forse ancor di più per quella contemporanea, alla luce soprattutto del continuo cambiamento, consumo e deterioramento cui è soggetta.
Come si suol dire: chi te lo ha fatto fare?
Era alla fine degli anni Ottanta, era una notte buia e tempestosa e ho avuto una visione... scherzo! Penso che la mia massima aspirazione sia lavorare su quello che mi piace, mi interessa e mi motiva. È un percorso che mi arricchisce quotidianamente ed è forse il solo modo per lavorare 30 ore al giorno ed essere felice.
Ma forse abbiamo parlato poco della musica contenuta in Geos... vabbé per quello si può sempre rimediare: ci sono i CD!
Pietro Carfì (tratto da
WORLD MUSIC MAGAZINE)

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